Caro amico

Caro amico,
mi piacerebbe parlare insieme a te della felicità.
L’uomo – tu, io, il panettiere e la maestra – vive in una società, composta da altre persone – il barista, il vicino di casa e il capo al lavoro. È bello parlare di uomini e di società in modo che questi termini non vengano trattati come astratti, ma come qualcosa a noi ben noto. Appartenendo a una società, l’uomo si ritrova a sottostare a determinate convenzioni, determinati stili di vita che lo influenzano nel proprio modo di pensare. Tante di queste convenzioni ci presentano delle figure idealizzate e stereotipate, dei modelli perfetti da raggiungere. Ci vengono mostrati in ogni momento: dal calciatore alla modella, dall’artista al grande imprenditore. Tutti questi modelli diventano gli obbiettivi da raggiungere, quasi che il raggiungimento di questo obbiettivo possa dare la felicità. Diventano dei requisiti perché si venga accettati. C’è chi è bullo perché è idolatrato dalla piccola compagnia di amici, c’è chi si rifà il naso per diventare più bello. Come se la felicità dipendesse dal giudizio che altri hanno di noi e non da noi stessi.
Amico, io credo che questa felicità sia la più effimera tra tutte: legata a un giudizio di altri, in balìa della parola di altri. Così, se il bullo non continua ad essere tale non è più idolatrato dalla compagnia, così dopo un mese senza palestra il tuo corpo è poco attraente.
Vedi, ognuno ha, a mio avviso, una grande ricchezza in sé stesso: ognuno – il panettiere come la nonnina – ha il suo più o meno grande messaggio da dare agli altri. Che sia un sorriso, un abbraccio, un discorso, una spiegazione, una pacca sulla spalla, un’opera d’arte, una strimpellata in strada, che sia anche la vita, ognuno di noi ha una ricchezza e un talento da sfruttare. Ecco, piuttosto che vedere la felicità nel raggiungimento di modelli perfetti ma effimeri, io trovo che la felicità più autentica sia nel trovare la propria ricchezza dentro di sé. Una tale felicità non potrà mai svanire; forse si nasconderà in un momento buio, ma non verrà mai persa per via di un giudizio, proprio perché il giudizio va a colpire un’esteriorità che non ha niente a che vedere con una felicità costruita sulla nostra ricchezza più profonda.
Amico, il fatto fondamentale, però, credo sia fare un passo in più: la ricchezza che ognuno di noi ha dentro, dal controllore allo spazzino, dall’ultimo tra gli ultimi al primo tra i primi, non può compiacersi di sé stessa. L’uomo che crea una relazione, di qualunque tipo essa sia, egli è felice: egli dona questa ricchezza instaurando un rapporto forte, autentico, non basato sull’esteriorità, ma che giunge nel profondo.

Caro amico, scopri la tua ricchezza e donala agli altri: così sarai felice.

A me e a tutti coloro che provano ad essere felici,
Luca

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